“[L]e prime volte che lo vidi a metà anni Ottanta, quel giovanotto che girava deciso a spaccare televisori in un festival di Terni, o che a Cervia guidava, con una tuta argentea da astronauta elegante e la stella di Duchamp disegnata sulla rasatura dei capelli, la Banda Roselle. Non solo. è che penso di aver visto giusto nell’individuare in lui, istintivamente e confusamente allora, più chiaramente oggi, il mix giusto (…) tra atteggiamenti etici (morali e politici), aspirazioni e ispirazioni espressive, tenuta e innovazione linguistica”
Antonio Caronia, in Giacomo Verde, Artivismo tecnologico, Edizioni BFS – Biblioteca Franco Serantini - Pisa 2007, p. 9
Giacomo Verde
Giacomo Verde (Cimitile, 1956 - Lucca, 2 maggio 2020) è stato costruttore di mondi, esploratore di tecnologie e distruttore di simulacri. Sin dagli anni Ottanta, come racconta Antonio Caronia, si è dedicato a smontare e rimontare televisori in performance spesso caratterizzate da estetica (e atteggiamento) cyberpunk, mettendone in discussione i meccanismi e sovvertendone i messaggi attraverso un atteggiamento simile a quello dei media tattici: si tratta di un uso fai da te, dal basso, dei mezzi di comunicazione da parte di chi non si sente rappresentato da essi.
Dichiarando e praticando il motto “la televisione è di chi la fa”, ha messo in pratica una modalità di interazione con la tecnologia che la guarda da dentro, provando a spezzarne incantesimi e costruire nuovi incantamenti, liberandosi dalle sue costruzioni e appropriandosi del suo funzionamento.
Video loop
Le sperimentazioni connesse a “Video loop” (1990) esplorano questi principi dando all* spettator* la possibilità di interagire con la telecamera e quindi con quanto trasmesso sul monitor televisivo; l’interattività aperta del lavoro sarà poi una costante nel percorso artistico di Giacomo. Come negli happenings e negli events delle neoavanguardie, a partire dalle stesse istruzioni, “Video loop” è stata messa in pratica più volte, in modi sempre diversi, determinati dal contesto.
A mettere mano
Anche il progetto “A mettere mano” (dal 1995) è connesso a questi principi, è basato su una serie di istruzioni e viene riadattato a seconda del contesto.
Una pratica di conservazione
Adottato come primo snodo anche per le attività di digitalizzazione del Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista, esso racchiude molti degli elementi fondamentali per Giacomo e, oggi, per leggere il suo lavoro: frammenti di tecnologia rotta, apparentemente disfunzionale, vengono collezionati e riassemblati per farne altro. Dal 2025 il LIGVA ha proposto una serie di performance di digitalizzazione in diretta dei materiali che ospita che portano proprio questo titolo e rendono visibili uno dei processi fondamentali dell’archivio, quello della conservazione, sovrapponendolo al momento della fruizione e della consultazione.
Mentre il materiale audiovisivo scorre, nel pieno stile di Giacomo, si procede all’esplorazione dei suoi materiali di scena, il live coding si sovrappone a immagini e suoni, una telecamera giocattolo scandaglia valigette, lettere, cianfrusaglie. La rimediazione diventa un processo fondamentale per la conservazione.
La performance partecipata
Tornando al progetto originario, questo viene proposto in varie versioni a partire dalla metà degli anni Novanta. “A mettere mano” prevede la partecipazione attiva di “telespettatori non teledipendenti” nell’azione di disassemblaggio e distruzione di televisori non funzionanti con lo scopo di creare delle sculture in gesso a partire dai relativi componenti tecnologici. L’alta tecnologia si mostra inerme e diventa parte di un processo collaborativo.
La volontà di far partecipare altre persone, spesso molto giovani, e di procedere durante una performance pubblica alla distruzione e alla creazione di altro, è centrale nella ricerca di Giacomo, in cui la presenza dei corpi e la componente partecipativa sono fondamentali. Così, la performance diventa un laboratorio, che diventa un’azione collettiva, che diventa una scultura o chissà che altro, pronta perché qualcuno ci rimetta le mani. La performance è stata anche accompagnata da una componente sonora: per esempio, nella documentazione di TV Crash viene indicata la musica live di Frank Nemola, che con Verde e Flavio Bertozzi aveva fatto parte di Banda Magnetica nella seconda metà degli anni Ottanta, a dimostrazione che le numerose versioni del progetto possono prendere direzioni inaspettate.
Il televisore
Il televisore è onnipresente nell’immaginario collettivo a cui Giacomo fa riferimento e metterci le mani, come scrive lui, significa desacralizzarlo, avvicinarlo di colpo, rovesciarne la mitologia.